Le regole sul licenziamento introdotte con il Jobs Act

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Introduzione

Con il Jobs Act, il governo Renzi ha messo a punto una profonda riforma dei contratti di lavoro per favorire un rilancio dell’occupazione. Il Jobs Act non modifica i diritti acquisiti, cioè quelli dei lavoratori già assunti a tempo indeterminato, ma è applicato solo per i nuovi assunti che, grazie alle nuove regole, hanno la possibilità di ottenere un contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutte le tutele del caso. La normativa si preoccupa anche di tutelare le aziende giusto in un periodo di forte incertezza economica dandogli la possibilità d’avere libertà di manovra in caso di crisi o necessità di ristrutturazione. In questi casi le protezioni per il lavoratore si affievoliscono e scattano possibilità di licenziamento leggere per l’azienda. Il Jobs Act, da una parte incentiva l’assunzione a tempo indeterminato per i minori costi che l’azienda deve sostenere, rispetto ad altri contratti, e dall’altra rende le imprese meno difficoltoso liberarsi di un dipendente che non è più necessario o idoneo ad una data mansione. Vediamo insieme quali sono le regole sul licenziamento introdotte con il Jobs Act.

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Licenziamento discriminatorio

E’ definito licenziamento discriminatorio quello che un’azienda potrebbe attuare nei confronti di un dipendente a causa della sua adesione ad un sindacato o per la partecipazione ad uno sciopero o adesione ad un partito o per motivi discriminatori legali alla sua fede religiosa, o alla sua razza, sesso o lingua. Questo tipo di licenziamento è sempre nullo in ogni tipo d’azienda.
Nel caso in cui si verifichi il lavoratore è oggetto di una tutela completa può, infatti, scegliere di essere reintegrato o percepire un indennizzo pari a 15 mensilità Un’analoga regolamentazione è prevista per i licenziamenti disposti per causa di matrimonio o nel caso in cui il lavoratore usufruisca di congedi di maternità. Sono inefficaci anche i licenziamenti che non sono disposti per forma scritta o quando si accerti attraverso un giudice che sono avvenuti per motivi legati a forme di disabilità fisica o psichica del lavoratore.

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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

E’ un tipo di licenziamento che permette all’azienda una certa libertà d’azione quando viene a trovarsi in periodi di crisi o quando prenda la decisione di cedere l’attività o provveda ad una riorganizzazione del lavoro con soppressione o modifica di mansioni. Va precisato che nel caso in cui siano soppresse le mansioni cui era adibito un lavoratore non si può procedere al suo licenziamento se prima non si verifica la possibilità di adibirlo ad altre mansioni, in linea con il suo livello d’inquadramento. Nel caso in cui il giustificato motivo oggettivo sia ritenuto non valido dal giudice, è comunque dichiarato estinto il rapporto di lavoro ma il dipendente ha diritto ad ottenere un indennità pari a 2 mensilità per ogni anno di servizio svolto, ridotta ad una mensilità per le aziende con meno di 15 dipendenti. Non è previsto il reintegro in azienda del lavoratore come in per la precedente normativa.

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Licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa

Quello per giusta causa è un licenziamento che può essere disposto dall’azienda nei confronti di quei lavoratori che si rendano responsabili di comportamenti molto gravi tali da non consentire neanche provvisoriamente la prosecuzione del rapporto di lavoro.
Differente è il licenziamento per giustificato motivo soggettivo che l’azienda dispone verso quel lavorate che abbia adottato una condotta censurabile dal punto di vista disciplinare ma non così grave da comportare il licenziamento per giusta causa.
Nel caso in cui il giudice accerti che la causa del licenziamento sussista ma non ritiene appropriato un atto così grave come il licenziamento (ad esempio poteva essere disposto un provvedimento disciplinare) dichiara comunque concluso il rapporto di lavoro e condanna il datore di lavoro con le stesse modalità previste per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Quando invece il licenziamento è reputato totalmente illegittimo perché il fatto imputato al lavoratore non sussiste allora il lavoratore ha maggiori tutele. Può, infatti, ottenere la reintegrazione nel posto o un’indennità pari a 15 mensilità.

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Licenziamento inefficace per violazioni formali

Si tratta di licenziamento disposto dall’azienda non rispettando gli obblighi previsti dalla legge. E’ il caso ad esempio di una mancanza di motivazione, o nel caso in cui non sia stato seguito l’iter previsto per le sanzioni disciplinari. Il giudice prende comunque atto della fine del rapporto di lavoro e condanna l’azienda a pagare un’indennità d’importo corrispondente ad una mensilità, (ridotta a 0,5 per le aziende sotto i 15 dipendenti) per ogni anno di lavoro svolto dal dipendente.

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Licenziamento collettivo inefficace e illegittimo

E’ definito licenziamento collettivo quello che comporta una consistente riduzione del personale, in un momento di crisi aziendale o in vista di una chiusura dell’attività. La procedure per attuarlo è complessa e può essere attuata solo con il verificarsi di particolari condizioni.
Un tale tipo di licenziamento non effettuato in forma scritta è inefficace e quindi il lavoratore è tutelato in pieno ed avrà le stesse garanzie previste dal licenziamento discriminatorio.
Nel caso in cui siano violate le regole previste per i criteri di scelta del lavoratore da licenziare o violando le procedure sindacali previste, il giudice dichiara comunque estinto il rapporto e condanna l’azienda a pagare un’indennità pari a 2 mensilità per ogni anno di servizio


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